13
Set

L’incognita dell’imprevisto, l’invecchiamento artificiale sui materiali

La sperimentazione su materiali nuovi e performanti ha determinato la necessità di testare i comportamenti nel tempo di ogni prodotto, con il fine ultimo della garanzia e della tutela del consumatore. Si va dalle nuove costruzioni all’ Ingegneria strutturale, fino ad arrivare al Restauro conservativo.

Innovazione è uno dei termini più abusati negli ultimi anni in ogni campo e in particolare in quello della produzione industriale.
Concetto in realtà di estrema semplicità, innovare significa cercare di introdurre sempre qualcosa di nuovo nell’ambito di un processo (sia esso creativo o già allo stadio produttivo), a ogni livello, modificando anche in piccola parte ciò da cui si è partiti.

L’innovazione perciò è parte integrante dell’evoluzione, di cui ne costituisce nell’immaginario comune il lato più affascinante e spesso di più repentino cambiamento, se accompagnato dalla genialità dell’intuizione.

Ma proprio perché portatore di rapidi e decisi cambiamenti delle prassi consolidate, il percorso innovativo ha spesso in sé l’incognita dell’imprevisto: ciò che non è mai stato provato prima, infatti, genera diffidenza da un lato e inevitabili problematiche dall’altro, sia in termini di garanzia delle prestazioni che di affidabilità nel tempo.

In edilizia l’innovazione dovrebbe essere all’ordine del giorno e in effetti gli ultimi anni, dopo decenni di sostanziale stasi, hanno visto numerosi cambiamenti interessare il modo in cui si concepisce un edificio, in cui lo si costruisce e in cui lo si vive: dalle più ardite sperimentazioni archi-tettoniche, alle evoluzioni in termini di impiantistica e di tipologie costruttive, sono molteplici i prodotti che hanno visto l’impiego di nuovi materiali o di differenti cicli applicativi del medesimo materiale, con risultati finali inediti.
È in questo solco che si è sviluppata una disciplina che potremmo genericamente chiamare «invecchiamento artificiale sui materiali», ma che in realtà affronta temi molto complessi dal punto vista fisico e chimico, per studiare il mantenimento nel tempo delle prestazioni di un prodotto, nelle varie condizioni climatiche.

L’edilizia contemporanea non può più permettersi di avere ampi coni di buio nella sua operatività: la legislazione definisce in maniera molto chiara i termini delle responsabilità e delle garanzie richieste al costruttore, estendendole negli anni e anche nei decenni se in ambito strutturale.

Le contestazioni e le cause civili sono all’ordine del giorno. Per questo motivo le attività dei laboratori specialistici, terzi o interni alle aziende produttrici stesse, sono diventate quanto mai frequenti e in molti casi indispensabili.

A fianco delle classiche attività di verifica della resistenza degli elementi di carattere strutturale, obbligatorie da moltissimi anni e che le ultime Norme tecniche per le costruzioni del 2008 hanno ulteriormente dettagliato, non è per nulla insolito ritrovare, anche in cantieri di entità medio-piccola, test di durabilità richiesti dalla direzione lavori su elementi di finitura, così come prove di tenuta effettuate su punti critici di un edificio quali le impermeabilizzazioni o i parapetti di un terrazzo, per i quali è opportuno fugare ogni dubbio su tenuta e portata ben prima che l’edificio sia completato e reso abitabile a tutti gli effetti.

Un caso emblematico in questo senso che mi è capitato di affrontare recentemente è stato relativo a un rivestimento di facciata in pietra naturale da applicare su un isolamento a cappotto in polistirene.
Ora, l’isolamento a cappotto esterno è in grado di risolvere sicuramente una molteplicità di problemi a livello di protezione termica del manufatto edilizio, ma ne crea non pochi in termini di finitura estetica delle facciate: la scelta obbligata ricade infatti quasi sempre su un tradizionale intonaco fine colorato in pasta, con effetti e tonalità discrezionali.
L’utilizzo di supporti di rivestimento diviene alquanto critico, in quanto essi andrebbero applicati non sul paramento murario ma sul pannello di isolamento, già di per sé con la funzione di rivestimento e quindi meccanicamente unito alle murature portanti solo mediante collanti e/o tasselli.
É stato quindi richiesto dalla DL e dall’impresa costruttrice, a piena garanzia dell’utilizzatore finale così come dell’impresa di costruzioni stessa, una prova di laboratorio da parte della ditta fornitrice dei collanti speciali per l’applicazione del cappotto e del rivestimento in pietra, in cui si andasse a verificare l’adesione continuativa nel tempo dei supporti di rivestimento alle facciate.
Sono stati pertanto effettuati in laboratorio dei cicli di gelo-disgelo ripetuti su di un campione-tipo del pacchetto previsto (muratura-cappotto-pietra) simulando l’invecchiamento dei materiali e analizzandone le reazioni visibili in tal senso in termini di usura ed eventuale distacco.

Queste prove hanno inoltre permesso di quantificare il valore di resistenza alla trazione del collante da applicare per la posa della pietra e la dimensione delle fughe e dei giunti di dilatazione necessari per permettere al supporto di lavorare in maniera ideale.

Moltissime aziende fornitrici di prodotti per l’edilizia hanno ormai un proprio laboratorio di analisi che viene fornito come vero e proprio servizio per l’impresa e il progettista: vale davvero la pena farne uso quando necessario, in quanto permette a questi due soggetti di poter lavorare con maggior tranquillità e a fronte di garanzie ben precise da poter presentare alla propria committenza.

Le applicazioni di questa disciplina possono essere davvero molteplici, dalle nuove costruzioni all’ingegneria strutturale, fino ad arrivare al restauro conservativo, in cui l’attenzione al comportamento dinamico nel tempo dei materiali riveste un’importanza fondamentale.